Perchè andiamo al ristorante?

Alcune riflessioni sui piaceri della tavola e sulla loro condivisione

In questi giorni di clausura da coronavirus, mi capita spesso di fare delle riflessioni su cui, in altri momenti, non avrei tempo di soffermarmi.

Per esempio: che cosa ci spinge ad andare al ristorante?

Mi sono posta questa domanda da ristoratrice, ma anche da assidua cliente di ristoranti.

Sfogliando la rivista Sala&Cucina di maggio 2019, ho trovato la risposta in un articolo del direttore responsabile Luigi Franchi.

Il pezzo s’intitola “Il piacere di andare al ristorante”. Riporto la parte saliente:

“Andare al ristorante significa lasciare fuori dalla porta, per qualche ora, i problemi quotidiani. E’ forse questo il motivo più forte che ci porta a mangiare fuori. Non è la fame, non è l’incapacità di farsi da mangiare, è il piacere di trascorrere insieme a persone a cui si vuol bene (non si cena con persone che non hanno qualcosa in comune con noi) un paio d’ore di piacevole conversazione, con un buon vino, con piatti equilibrati, anche belli da vedere, e soprattutto buoni. In un ambiente che predispone al piacere, con una tavola ben preparata, con luci adatte e con una musica di sottofondo che invoglia alla confidenza tra le persone… pensateci un po’”.

Condivido in pieno.

Ancora negli anni ’60, per la maggior parte degli italiani, mangiare a casa significava avere nel piatto qualcosa per sfamarsi.

Ricordo la tabella fissata da mia madre per ogni giorno della settimana. A pranzo pasta asciutta o in brodo (non di carne) per avere una bella sensazione di sazietà. La pasta asciutta era rigorosamente senza parmigiano, una prelibatezza che solo in pochi potevano permettersi e che qualche volta si comprava per la pasta della domenica: mezzo etto, macinato dalla signora dell’alimentari e racchiuso in un cartoccetto di carta oleata. Il sugo “di pesce” si faceva con le pietre raccolte in mare perché del mare conservavano quel sapore che poi cedevano alla salsa di pomodoro.

La sera, a cena, qualcosa da mangiare con il pane, quindi uova, formaggio, pesce povero con tante spine e poca polpa (tipo le “cianchette pelose” una copia brutta e piccola delle sogliole) e, spesso, gli avanzi di pane cotti con le erbe aromatiche… ricordate il “Pane Galluccio“? Finalmente arrivava la domenica. Allora a pranzo, oltre al primo, trovavi anche la carne! La masticavi lentamente, ad occhi chiusi godendo della consistenza e del succo saporito che avresti riassaggiato solo la domenica successiva.

Andare al ristorante era un avvenimento. In genere si trattava di matrimoni, raramente di comunioni. Ma partecipava solo il capo famiglia perché se si andava in due, il regalo doveva essere più consistente. A casa, tutti attendevano il suo ritorno. Di sicuro avrebbe portato una bella busta di cibo avanzato. Disposti attorno al tavolo, si attendeva quel tesoro pasticciato. Si, perché era tutto mescolato, la pasta, i salumi, la carne, il pesce e la torta… ma era buono così e incredibilmente tanto.

Dunque, andare al ristorante significava abbondanza, cibo a volontà per saziarsi fino a scoppiare e da portare anche a casa.

Che differenza con quello che succede oggi!

Si cerca un piacere sicuramente diverso… ma questa è un’altra storia.

Pensateci un po’.

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